Comunicato n.97 del 27/4/2000

Perché il multiperiodale?

Si è scritto: per far fronte a variazioni programmabili dell'attività lavorativa...
Sappiamo tutti che esistono già tanti e diversi orari di lavoro e la possibilità di crearne di nuovi secondo ogni e ciascuna esigenza aziendale.

Si è detto: serve alla produzione, in particolare a quella di fiction...
Continuiamo a produrne, ma aggiungiamo: mai così poche come oggi e per giunta quelle poche le diamo in appalto. In un solo caso, quello di Napoli è stato necessario e doveroso un accordo orario con il personale. E' forse l'1%?

Si sostiene: ci permette la programmazione sulle dieci ore...
Ribadiamo: lo permette nella stessa maniera in cui lo permetterebbe il 25% per mancata limitazione e variabilità dell'orario di lavoro.

Dicono che è un approccio moderno al mondo del lavoro... new economy.
Si sappia, che è' introdotto in Italia dall'art. 4 del Regio Decreto Legge n. 692 del 1923 (periodo fascista). Era riferito alle sole lavorazioni ed industrie individuate con Regio Decreto 10/9/1923 n.1957, per le quali, solo in presenza d'esigenze tecniche o stagionali, era consentita la facoltà di ripartire l'orario massimo di lavoro su periodi ultra settimanali.
Domandiamo perché allora nei vent'anni di fascismo e nei sessanta di democrazia più o meno condivisa, più o meno concertativa, nessuno ha pensato d'applicare quest'orario ad altre realtà.
La risposta è scontata: esso determina una tale condizione di soggezione del dipendente verso il datore di lavoro che il Sindacato non avrebbe mai consentito il suo uso. 
Solo ora in un periodo d'estrema debolezza sindacale e di concertata connivenza questa soggezione è proposta e resa possibile dall'art. 13, comma 1 della legge n.196 del 1997 (periodo ulivista) che demanda alla contrattazione collettiva nazionale la sua eventuale applicazione..

Si afferma. " Non vogliamo limitare il costo del lavoro..."
E' lecito chiedersi: perché, allora, s'introduce una norma che, per altri versi, rischia di rallentare il ritmo produttivo e d'aumentarne i tempi ed i costi.

Nonostante si affermi il contrario è stato promesso alla Confindustria: la riduzione del costo del lavoro per aumentare la competitività.
Noi crediamo che la sfida indotta dalla globalizzazione, perlomeno nel nostro campo, vada vinta con la consapevole efficienza, la qualità, la professionalità, l'alto contenuto insieme tecnico e ideativo stimolando opportunamente quelle che sono le caratteristiche della risorsa umana.
Più con la produzione vendibile che con la produttività. E invece... 

Lo vogliono per programmare quattro, cinque o sei ore di lavoro e non dieci come dicono. 

Serve a risparmiare ore nel caso d'eventuali buchi di produzione (leggi preferenza per l'appalto) e creare, intenzionalmente, una condizione di diffuso debito orario da sfruttare poi nei modi più opportuni che lasciamo alla vostra immaginazione.

Ecco perché!

Francesco Pompeo